Un biglietto per Miami, una valigia e me

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Un viaggio non può esistere nella mente. Quella è immaginazione. Ma è quando percorri quella terra, vedi quei paesaggi, ascolti quelle lingue, senti quegli odori. É solo allora che lo vivi. Solo allora che inizia il viaggio.

Dopo un volo di otto ore atterro al Miami International Airport alle 18.50. I passeggeri iniziano a sciamare verso le guardie addette ai controlli. Fredde luci al neon si riflettono su una vecchia moquette color carata da zucchero. Ogni cosa intorno è avvolta da una inaspettata patina di trascuratezza. Il tempo qui sembra essersi fermato agli anni ’80. Rimango a lungo davanti a una delle infernali macchinette per il controllo del passaporto che non ne vuole sapere di registrare i miei dati. Tra un check e l’altro mando un messaggio a Samantha. “Ciao Sam, sono arrivata adesso. Ti chiamo quando prendo un taxi”. Dopo un minuto arriva la risposta di Samantha. Mi blocco incredula per qualche secondo. Leggo e rileggo il messaggio sul display. “Anna, la camera è già affittata! Scusa eh, pensavo che non venissi più”. Non voglio crederci. Cosa le ha fatto pensare che non sarei più venuta a Miami? Le avevo scritto il giorno prima con la conferma che stavo partendo. Scorro i messaggi precedenti per controllare di non essermi sbagliata. No, infatti, nessun errore.
Pochi secondi per riflettere sul da farsi. Sono appena arrivata in America, sola, senza denaro sufficiente per un albergo (al massimo potevo pagarmi una notte, ma dopo?) e senza nessun contatto sul posto.
La prima reazione è un misto tra il nervosismo per essermi cacciata in un guaio il primo giorno del mio tanto agognato viaggio (perché mi sono fidata di una tizia che non conoscevo?) e la voglia di insultare Samantha via WhatsApp. No, voglio rimanere calma. Ma solo perché forse Samantha può ancora aiutarmi a trovare in fretta una soluzione alternativa e darle addosso sarebbe peggio.

Ora voglio solo uscire dall’aeroporto. L’iter dei controlli non è ancora terminato e inizio a sentirmi soffocare nonostante l’aria condizionata. Mentre scrivo a Samantha per capire almeno cosa le sia passato per la testa (anche se a questo punto è superfluo ma sono troppo arrabbiata e voglio capire) mi arriva un suo messaggio. “Se per te non è un problema posso affittarti per 10 giorni il divano a 200 dollari. Dimmi tu scusa ancora magari sento in giro se qualche mia amica affitta la camera”. Mi domando se questa ragazza è solo una superficiale irresponsabile o semplicemente sciocca. Il divano dovrebbe darmelo gratis dopo questi casini. Ti aspetto a casa mia, 1200 Euclide Avenue. Parliamo quando sei qui. Forse non dovrei accettare. Rischio di infilarmi in altro un guaio. Ma almeno per una notte potrei rimanere. Giusto per dirgliene quattro di persona e cercare con calma una soluzione domani.

Al momento la sola strada alternativa considerando il mio budget sono gli ostelli. Mi viene in mente che uno, forse due, si trova proprio a Miami Beach. Sempre se riesco a trovare un posto. Febbraio a Miami è un periodo di alta stagione. Rispondo a Samantha che va bene. Il tempo di prendere un taxi e raggiungerla a casa. Chiudo WhatsApp sul suo “Scusa ancora eh!” afferro la valigia e mi guardo intorno. Devo uscire da qui. L’aeroporto è a circa 13 kilometri da Miami Beach. All’uscita l’impatto con l’aria calda della città ha un che di confortante e inizio a rilassarmi. Sento i muscoli allentarsi mentre chiamo un taxi. Le luci di Miami in lontananza mi sembrano dei piccoli fuochi rossastri sparati a caso in un cielo senza luna. Potrei essere in qualunque città nel mondo, adesso.

C’è molto traffico e il taxi procede piuttosto lentamente. Chiedo all’autista se è sempre così. Lui mi risponde di no e sembra più meravigliato di me. E infatti dopo un un paio di chilometri capiamo il motivo. Due macchine giacciono come enormi balene spiaggiate accanto al guardrail. Ci sono dei poliziotti accanto a una delle vetture, quella con la fiancata sventrata.
L’autista scuote la testa e mugugna qualcosa. Io mi giro dall’altra parte. Cerco di andare oltre, di scorgere al di là del buio un pezzo della baia. La città di Miami è collegata a Miami Beach da diversi ponti e arterie stradali, prima fra tutte McArthur’s Causeway dove siamo adesso. Una striscia di cemento luminosa costeggiata di palme e l’ipotesi di un mare ancora invisibile.

Per prima cosa il vento. E le cime degli alberi che si piegano. Poi le luci colorate dei grattacieli. Vorrei abbassare il finestrino per sentire l’aria calda e appiccicosa di quella strana città a metà tra l’esotico e il patinato, la preferivo a quella artefatta dell’aria condizionata.
Mi viene in mente per un attimo la mia Sicilia. La stessa notte inquieta delle terre di mare.

Estratto dal racconto “Un biglietto per Miami, una valigia e me” per Delos Digital, Collana Versante Est. Disponibile su tutti gli store.

http://delos.digital/9788865309179/un-biglietto-per-miami-una-valigia-e-me

Recensioni:

http://www.dreamingrooms.com/2016/11/09/anna-le-strade-miami/