PHILIPPE PARRENO |Ipotesi sul mondo e sull’arte

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Short Film “Marilyn” (2012).

La mostra Hypothesis di Philippe Parreno arriva nello spazio di arte contemporanea milanese Hangar Bicocca, e sarà visibile fino al 14 febbraio 2016, dopo il successo newyorkese del precendente lavoro H{N)Y P N(Y}OSIS (pronunciata hypnosis, con l’incastro di un gioco di lettere NY, New York ipnotico di per sè).“Hypothesis”, la prima mostra antologica in Italia dell’artista francese, è concepita come uno spazio in cui una serie di eventi proteiformi si svolgono in una successione coreografica che mixa musica, luci e proiezioni video.

Dopo New York, (Hypnosis), Milano (Hypothesis), quindi. L’ipnosi ricreata negli spazi di un’ex caserma militare della Grande Mela era quella di una realtà altra definita da presenze aliene, tendaggi fantasma e piattaforme rotanti che sembra ricompattarsi, o almeno ritrovare un filo di congiunzione all’interno della suggestiva area ex industriale dell’Hangar. Qui si fa “ipotesi” delineando attraverso l’alternanza di luci al neon, suoni, colori e video un percorso visivo emozionale che è in un luogo (quello effettivo spaziale) ma contemporaneamente in tutti i luoghi (quelli interiori dello spettatore) e in nessun luogo (quello universale dell’arte). Un luogo non luogo in cui i fantasmi si fanno immagine e quindi presenza.

Come nello short movie Marilyn. Piano sequenza: la macchina da presa scorre sui dettagli di una suite del Walford Astoria Hotel di New York, dove Marilyn abitò a lungo negli anni cinquanta. Unica presenza (assenza) una voce femminile fuori campo. Nessun volto, nessuna traccia “umana”. Solo, a tratti, il fragore della pioggia (la natura viva, vitale, potente, è spesso presente nei video di Parreno), gli squilli di un telefono e lo scorrere veloce di una stilografica su ruvidi fogli di carta. I diari di Marilyn. Il film riproduce il “fantasma” della Monroe attraverso dei complessi algoritmi matematici: la video camera sono i suoi occhi, un calcolatore ne riproduce fedelmente il tono di voce ed un robot ne ricrea la calligrafia. Un’illusione nell’illusione, quella filmica. Lei, uccisa dalla potenza della sua stessa immagine, rivive (sullo schermo) proprio attraverso l’assenza di quell’immagine che ne ha provocato la morte, la non presenza. Un ripiegamento continuo, circolare. Come l’idea della mano meccanica che scrive ciò che gli occhi vedono e di nuovo la voce descrive ciò che la mano ha scritto. La meccanicità contro la natura mutevole del tempo stesso che scorre. E si fa pioggia e vento e acqua.

Una traiettoria artistica che Philip Parreno aveva già delineato in “Anywhere, Anywhere out of the World” (anche qui, “fuori dal mondo”, il titolo allude chiaramente a una presenza/assenza) la mostra parigina dello scorso anno, dove l’artista ridefininiva gli spazi del Palais de Tokyo attraverso un percorso dinamico e anche qui “robotico” al ritmo di Petrouchka di Stravinsky.
A Parigi ogni video veniva proiettato in una singola stanza, isolata dalle altre installazioni, come racchiuse in una capsula atemporale che poi lo spettatore riconduceva a sè, nel suo tempo personale, al termine di ogni visione.

Qui, in Hypothesis, l’alternanza in uno stesso immenso contenitore ( che diventa anche contenuto della mostra stessa) dei supporti artistici rimescola le percezioni del tempo e dello spazio dello spettatore conducendolo ipso tempore dalla musica ai video, dai video alla musica, dalle luci alle ombre, dalle ombre al buio e viceversa. In un cortocicuito morbido e sinuoso che compenetra le opere e accompagna lo spettatore in una sua personale ridefinizione dello spazio e del tempo (che appare sospeso), il cui senso rischia di perdersi nella dimensione della coscienza. Hypnosis. Per poi forse ritrovarsi nella realtà filmica. Hypothesis.

Un percorso immersivo ed emersivo insieme, in cui il pubblico osserva se stesso nel suo farsi pubblico. Come nel video finale,“The Crowd“, la folla appunto, in cui un gruppo di persone su una sorta di palconscenico attendono l’inizio di uno spettacolo. La folla invade poi lo spazio come se partecipasse dello spettacolo stesso, oggetto invece misterioso perchè mai ripreso. Come uno specchio (l’idea scarnificata all’essenza del cinema?) le immagini della folla ripresa mentre osserva sembrano il riflesso di noi stessi spettatori di Hyphotesis: intenti a osservare cosa? Lo spettacolo del mondo che si fa realtà. Ipotizziamo. Come l’arte stessa. Un racconto quello di Philippe Parreno che resiste a qualsiasi definizione o codifica e chiusura narrativa. Un’ipotesi di narrazione, appunto. E del mondo che si fa arte, forse.

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Philippe Parreno “Hypothesis” exhibition at The HangarBicocca Foundation, Milan.

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