Mezzanotte passata (Anita).

Ieri notte, prima della partenza, ho sognato Anita.

Era intenta a immergere la punta del dito indice in una piccola scodella colma di latte. Un suo vezzo, un piccolo rito mattutino che amavo osservare in silenzio. Ancora un minuto, sono certa che pensò guardando il piccolo orologio in ceramica sul forno a legna. Si voltò lentamente, prese la solita tazza con i piccoli fiori blu dallo scaffale dietro di lei e la poggiò sul piano in formica accanto ai fornelli.

Dalla porta finestra appena socchiusa slittavano dentro sottili lingue di luce. Riuscivo a sentire l’odore di erba umida del giardino e quello un po’ acre degli acini d’uva. Grosse sfere rosso sangue morbide e succose dondolavano da un fitto reticolato di ferro, così intrecciate tra loro sembravano morbide e sinuose, simili a un ricamo antico con rami, foglie e punte candide di gelsomino.

Una visione sgranata di verdi lussuosi e schizzi di viola prugna copriva come un tappeto imperfetto di memorie quasi l’intero aranceto del giardino.

Era il momento di raccogliere i grappoli. Il cielo da sotto il pergolato si vedeva appena. Piccole tessere di un azzurro tanto liscio e splendente da sembrare falso. La luce si apriva minuscoli varchi fra le foglie inerpicandosi già felice sulle pareti, e arrivava rimbalzando a brevi tocchi scanditi a seconda del movimento del vento sui vetri troppo leggeri delle porte finestre.

Una partitura di vivace brillantezza.

Nel sogno è arrivato, poi, un profumo. Quello della rosa selvatica del giardino di Anita, mia nonna.

Ogni mattina d’estate (quelle estati salentine di un vento caldo che incatena e di una luce così selvaggia da fermare il tempo) la coglieva per me.

Entrava piano la mattina presto, quando ancora i rumori consueti della strada non erano pronti a scivolare morbidi attraverso la persiana lasciata socchiusa e la immergeva in un piccolo bicchiere dalle venature azzurre.

Poi gli occhi, sulla luce iridescente.

La presenza della rosa era il mio mattino aperto al mondo.

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