La panchina senza angeli

Pubblico con molto piacere una bella recensione (che a mio parere travalica meravigliosamente nella poesia stessa) a cura di Giancarlo Sammito dell’opera poetica di Filippo Parodi edita da Fondazione Mario Luzi ( la cui lettura è anche da me caldamente consigliata).

 

Carezzare un angelo, ovvero: coitamus, ergo sumus

O forse io sono soltanto una figura a metà,
intravista un istante, un’invenzione della mente, un’apparizione tanto lieve all’apparenza che basta ch’io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso?

(Wallace Stevens, L’angelo necessario)

Twice or thrice had I lov’d thee,
Before I knew thy face or name;
So in a voice, so in a shapeless flame
Angels affect us oft, and worshipp’d be; (…)

Rileggendo la raccolta poetica di Filippo Parodi “La panchina senza angeli”, mi veniva in mente questo attacco di Air and angels di John Donne. Dice così: “Due o tre volte t’avevo amato / prima di conoscere il tuo volto o il tuo nome; / così in una voce, così in una fiamma informe / gli angeli spesso ci toccano e sono da noi adorati; (…)”

Ma cos’è una panchina, e cos’è un angelo? E una panchina, come qui, senza angeli? Un angelo che non c’è, è assente, che davvero manca all’appello? C’era forse prima? Potrebbe esserci stato, così come potrebbe esserci. Essere qui intorno, aggirarsi nei paraggi, potrebbe. Frequentare il parco, il quartiere, il cranio, la memoria, il desiderio. No, non c’è e basta. Potrei averlo ucciso. E adesso? Mi toccherà reinventare l’angelo necessario? Scusi, necessario a chi? Ma è l’angelo della pioggia, del gelo, del sesso, del sesso assente, del sesso onnipresente. An-gelo, ano e gelo.
Àngiolo, arcaico àgnolo, essere di natura superiore all’umana, puramente spirituale, ma rappresentato nell’arte in forma corporea, di giovanile bellezza, con ali e tra raggi di luce: messo celeste e ministro della volontà divina; le gerarchie, i cori degli angeli; Regina degli angeli (la Vergine Maria); Pane degli angeli (l’Eucarestia), o (per Dante) la vera sapienza. L’angelo custode, protettore divino assegnato ai singoli uomini. In senso figurato protettore, chi sta premurosamente a fianco di qualcuno, dunque eventualmente magnaccia, angelo del pompino, angelo del viale quando il freddo morde le gambe e il prossimo potrebbe essere l’ultimo, l’angelo del pisello, della farfalla frugata, dello stupro, dello sconosciuto fuori dopo quindici anni da San Vittore, ancora senza documenti, l’assenza di rapporti sessuali per un detenuto è fonte di formidabile energia, un pericolosissimo detonante, ci diceva la direttrice del carcere di Opera. Che fatica. Scherzoso: agente di polizia che esegue un mandato di cattura, scorta o guardia armata. L’angelo del Male, delle tenebre, il demonio. Deuteronomio, quinto libro del Pentateuco, I profeti: guai a chi si intrattiene con l’angelo del male (“a chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia…”). Si secchino i testicoli, si congelino le ovaie in eterno, s’intorbidi e si fermi spirito e sangue nelle vene. Che la panchina senza angeli sia la panchina del Male? Quale male? Il male di vivere incontrato? L’oscuro male? Il fiore del male?

Scrive Parodi:

“Era meglio
Rassegnarsi e
distendersi.
Accettare.

Obbedivo e per
Incanto si
ammansivano le
cosce,
dunque,
scioltamente,
tutto quanto si torniva e
lustrava,
dipanava,
una bolla permissiva.
Pareva che la vita fosse un
Sogno da inalare e nulla

aveva più importanza,
né le scarpe
né i lampioni e
nemmeno gli orologi,
le panchine,
i moscerini, zaini,
tossi,
biciclette,
si incollavano alle ciglia.
Adagiavo anche la
Schiena.
Prosperavo
In mezzo al rosa.”

Un sogno da inalare. In senso figurato: creatura prediletta per la bellezza o la bontà (particolarmente nei rapporti affettivi), “Amore, sei tu il mio angelo!
Figura del pattinaggio artistico: corpo proteso in avanti, in equilibrio su un solo piede, le braccia aperte; Volo dell’angelo: tuffo dal trampolino eseguito aprendo le braccia al momento di librarsi nell’aria. E ancora: antico proiettile dirompente, costituito da due semisfere collegate da sbarra o da catena, che si lanciava contro le alberature delle navi. Pesce angelo: altro nome dello squadro. Cosa farebbe quell’angelo al mio fianco, se ci fosse? Piangerebbe, sorriderebbe, gemerebbe, godrebbe?

La panchina senza, la panchina che guarda, fissa il non-panorama, contempla l’obbrobrio, osserva l’in-canto, il disincanto, il canto. Fissa se stessa nell’abbandono. La panchina riposa, mi lascia riposare, mi lascia dormire. E l’angelo? Potrebbe svegliarmi, se ci fosse. Potrebbe cullarmi, se ci fosse. Se l’angelo s’incarna non è più un angelo. E se ci fosse? Abbracciarmi, succhiarmi, entrare in me, mi titillerebbe i genitali prima del coito, noi concavi, noi convesse, entrerebbe in me, entrare, leccarmi, spalmarmi di medicaspermi magici e altre pozioni dell’ancestro, dell’incesto, nozioni memoriali, lezioni magistrali; coitamus, ergo sumus. Ossessionarmi, se ci fosse, potrebbe, impedirmi di esser sola, solo, sole, luna, pozzanghera, lacrima, sputo. Missa est, la messa in posa è finita, eiacultate in pace. Sacro è l’osso e chi lo adora.

No che non è finita! Eccola lì, Angel-A. Apparsa a Parigi, creatore Luc Besson, 2009. Ella è, se è assente allora c’è, altrimenti non potrei dirla. Si aggira tra la folla, guarda lì, bella come un angelo, benché qualche cinico la scambi per la morte, eppure è bella come Rie Rasmussen, come Nicole Kidman bambina, come Brando ragazzo, come Filippo bambino, biondo come Rimbaud era biondo, flatus vocis, indole, destino, bella come Beatrice quando balla, poiché anch’ella di quando in quando danza. Come Eraclito ebbro di vino e coperto di sterco, ché nell’indole è il destino. Filippo è arrivato in cima alla scala, ha tolto la scala, e danza. Egli… danza, egli danza. I suoi maestri, d’altronde, sono tutti presenti. Ecco gli angeli sulla panchina: Perrotta Raffaele (presente!), Barberi Squarotti Giorgio (presente!), Buzzati Dino (presente!), Berto Giuseppe (presente!), Sammito Giancarlo (presente! Modestia a parte, lo seguo come un’ombra, fratello, altro da me che solo per puro fortuito caso del così denominato destino me non è). Well, what about women? Mah, non so, sì, la mamma, la fata Morgana, la fatina dai capelli turchini, Wendy di Peter Pan, Trilly, Patty, Loredana, Mia…
È un’ombra l’angelo? Una sbronza? Un Dope? Un’idea: l’angelo dell’assenza presente. Alato, preciso come un diamante, tagliente, vero come una parola che non mente, come l’adesione assoluta e inesistente del significato al suono articolato, al seme. Aria. Assenza. Suono, non parola, nota, fonema, fiato della voce sognato, visione, visone biancoazzurro di notte, morgana allucinata, fulminata idea del riflesso di me nell’altro che mai sarò. And, last but not least: lust. Last angel, lost angel, lust angel. L’ange se lève, il faut tenter de vivre. Ma no, macché, non era il vento? Ah sì, già sì, era il vento:

“Le vent se lève! . . . il faut tenter de vivre!
L’air immense ouvre et referme mon livre,
La vague en poudre ose jaillir des rocs!
Envolez-vous, pages tout éblouies!
Rompez, vagues! Rompez d’eaux réjouies
Ce toit tranquille où picoraient des focs!
(Paul Valéry, Le cimetière marin)

“si alza il vento!… bisogna tentare di vivere! / L’aria immensa apre e chiude il mio libro, / L’onda in polvere fra le rocce osa e si frantuma! / Volate via, pagine abbagliate! / Rompete, onde! Rompete di acque gioiose / il tetto tranquillo dove beccavano i fiocchi!”

Ma tornerei a John Donne

Still when, to where thou wert, I came,
Some lovely glorious nothing I did see.
But since my soul, whose child love is,
Takes limbs of flesh, and else could nothing do,
More subtle than the parent is
Love must not be, but take a body too; (…)

“E ancora quando ti raggiunsi / uno splendido ho visto / delizioso nulla. / Ma poi che la mia anima, / di cui amore è figlio, / prende forme di carne / o non potrebbe nulla, / più inconsistente della madre / stessa / amore non può essere, / e un corpo anch’esso assume.”


Dunque nella luce piena, quando il buio abbaglia, discesa verticale, angelo del male, tigre sottile, occhio, fuoco, cuore, spirito e luce, sangue, musa e nume. Croce. Verticale, orizzontale, terra e ascesa, resurrezione nella tua bocca da cui il fiato è. La bocca della solitudine, dell’ascesa, della concupiscenza, della tristezza, dell’invidia, del lutto, della rabbia, la bocca a orologeria, la bocca dell’ardore, la bocca “della rimozione che era cerea, funerea, gelida e stregata.” La bocca dell’insonnia.

“(…) bocca del tormento con
le spine
sulle labbra e
all’interno
grotte buie,

gli ululati moribondi,
ugole in putrefazione,
galleggianti croci di alghe,
cementificate
dune,
il cortile di una scuola,
insabbiavo il mozzicone.
Rimanevano
in totale
solo
cinque
sigarette.”

Esatto, imperdonabile, sublime. Obliquamente sublime eglella ellegli è, eheh! Ascende, discende, percepisce il vuoto, precipita, eppure sceglie la vita. E riprende a lottare.
Senza, essenza, assenza, pensiero di te che s’incarna, s’immola, resurgit, corpo dell’inesistere esistente che s’invola, sega, seme al vento, alla tempesta del vuoto, bacio al vuoto, trazione e pene, sguardo vuoto che mai tornerà piùpiùpiù mai. Mai più. Tu non potrai toccarmi mai più. Io sono già polvere, è tu? Angelo, aniello, anello, anelito angelico al canto. Io morirò, ma il mio corpo risorgerà. E siederà alla destra del padre. Giusto il fianco poco mancino, il side della creatività, d’altra parte, certo, mica potevo andarmi a sedere accanto all’emisfero della logica, della dia-logica, della fiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiilo-sophia.

Così la panchina si riduce a me, a noi qui cantanti, pensanti, danzanti, ronzanti nel poema che non c’è eppur si fa, fa. Chissà chi sedette qui prima di me, di te, chissacchì, chicchirichì, e altre angelerie affini, affinità… l’affinità cos’è? Ancora Donne:

And therefore what thou wert, and who,
I bid Love ask, and now
That it assume thy body, I allow,
And fix itself in thy lip, eye, and brow.

“Per questo, cosa tu fossi e chi, / volli Amore che chiedesse e ora / che prenda il tuo corpo gli consento, / e sulle labbra, negli occhi fissi / e sulla fronte, la sua dimora.”

Così il poema parodiano, parodia e seme, provenendo dal racconto reinventa la vita mai vissuta e non consola, non vuole intrattenerti né essere intrattenuto, tenuto, trattenuto, vorrebbe scostarti, distaccarti, raccontarti il nulla del caffè quotidiano e del pane e della grazia di un bacio mai dato invece dato, il nulla sperato, la carità, per carità, la fede nell’incanto, nel disincanto, nel dis-canto, nel discount del vento quando al tramonto vieni, vieni qui, vieni con me se puoi, sotto le mie coperte bianche piume di colomba fumata, di bianca vela sognata… “Love is an angel disguised as lust” (Patty Smith). Amen. Parodi Filippo, ad ogni modo, canterà così:

(…) e io gli sorridevo con
i mozziconi in mano e
panchine senza angeli,
la musica,
i tamburi,
era il caso che mi
alzassi,
mi sussurrava Hans…
Sì,
dovevo andarmene e
nemmeno
troppo tardi.”

Latino cristiano: angelus, e questo dal greco ángelos, messaggero.

Recensione a cura di Giancarlo Sammito

Filippo Parodi, La panchina senza angeli,
Fondazione Mario Luzi Editore, Roma, 2017, pp. 98.

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