L’incantesimo

Tu sei l’incantesimo dentro di me e io l’incantesimo dentro di te. Mi dicevi.

Ostinata ricerca. Se ne andavano gli occhi ma precedeva il nostro cuore.

Su quella lastra di vetro tra te e me c’era un’ incrinatura. Ogni giorno più evidente.

Ogni giorno più profonda.

Una vena sottile.

Azzurra. Era  azzurra di quell’azzurro marino che a volte sembra verde a volte blu.

In alcuni punti era leggera, un filo di zucchero filato quasi impercettibile che saliva su e su a rincorrere il tempo che passava.

E poi, a un certo punto, si scuriva.

Io mi fermavo per un attimo a osservarla.

Chissà da quanto tempo era così.

E quanto profonda doveva essere.

Voglio immaginare adesso, qui, di toccarla quella vena sottile.

Le mie dita che passano sopra, leggere. Così…lentamente…ecco, sento il tuo dolore attraverso la mia pelle. Le vibrazioni del vetro al mio tocco leggero. Non voglio farti male e faccio scorrere la punta dei polpastrelli quasi in sospensione su questi impercettibili rilievi di microschegge appiccicate l’una all’altra. Montagne compatte ma infinitesimali. Quasi impercettibili alla vista. Questi sono i punti più spessi. Strati e strati di tristezze, paure, incertezze. Poi andando avanti la vena si biforca in tante piccole venuzze tra l’azzurro e il violaceo. Queste le sento più delicate. Più leggere. Ma so che basterebbe spingere appena un po’ le mie dita per far succedere ciò che non so se tu vuoi che succeda.

Il vetro non è poi così spesso, lo sento. E se accadesse?

Vedere al di là.

Al di là di te.

Cosa c’è al di là di te? Io lo so cosa c’è. Tu, invece…sì, tu, vuoi saperlo?

E’ meno doloroso di ciò che sembra. Io l’ho provato.

Sì, il rumore subito dopo la spaccatura del vetro può essere assordante. Ma dura poco. Quasi non te ne accorgi.

Poi arriva il vento, prende i piccoli pezzi di vetro, uno a uno,  e li porta via. In un non luogo di mare.

Funziona così.

E poi?

E poi sei libero.

Era l’ultima mattina di agosto

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