Lo zodiaco

Come gi scontrini in autunno
Copertina

Biglietteria Ovest. Il Cancro punta le sue chele sulla coppia degli ignari Gemelli. Più su il Toro, l’Ariete, l’Acquario…Una mappa astrologica al contrario. Da sinistra a destra. Lo zodiaco mobile nel disegno marmoreo di un cielo bloccato nel tempo, decora (corona di stelle) il passaggio laterale di un luogo simbolo di passaggio perenne. Forse, oggi, la stazione è il punto del mio Zenith? Allora tu, occhi neri, sei mio inconsapevole Nadir.

La costellazione dei segni zodiacali scandisce le ore e lo spazio di noi, viaggiatori appesi al tempo, attraversatori di universi.

 

É un giorno d’inverno (il mese è quello del segno dei Pesci) nel luogo bianco dove vivono le chele lunari del Cancro. I tuoi occhi corrono sui miei attraverso il finestrino del treno. Nell’attesa dici parole già dette. Quelle non dette le leggo nella tua mano stretta alla mia come a contenere l’acqua di un mare antico. Sei ancora qui sulla frontiera del mio continente. Il nostro futuro (ora lo so) avrei voluto inciderlo sulle mappe leggere di un cielo di filigrana. Invece rimane mistero di te e di me in una città non nostra. Milano e i suoi grigi rappresi, i grumi di sole imprevisti come i tuoi baci, lo sfondo della nostra pace e della nostra guerra.

Sì, era un’estate mirabile, quella del nostro primo incontro. Un giorno color rame racchiuso tra le chele di un incauto granchio (era luglio).

 

Adesso è un altro tempo. Un tempo sciolto e poi ricomposto, compresso tra le intercapedini dei nostri viaggi. Sotto la fascia della volta celeste siamo approdati cento e mille volte io alla tua terra e tu alla mia terra. Per poi non essere mai un noi.

Chiusa tra i marmi bianchi di un luogo di transito che non è più mio e tuo ma solo tuo, solo l’andare via di un finestrino ghiacciato e non la confortante certezza del tornare, mi chiedo: “Possibile ricomporre il panorama dei giorni?”.

Nell’attesa il vuoto di te diventa il tutto di me.

Il mio zodiaco è steso su quei binari. Luce oro che punge su velluto nero. Rette infinite di nuovi confini da ridisegnare. Brillanti stelle metalliche di luce riflessa e decompressa. Libera e liberata. Il dove è d’un tratto un luogo senza nome, un luogo ancora sconosciuto, la bellezza azzurra e viva di una domanda che fu solo nostra.

Esiste un altro dove, spogliato di te? Un altro altrove, solo mio?

Impigliata tra i binari cerco la stella cometa persa lì, tra l’eco del tuo ciao amore mio e la promessa di un certo tempo. Quella cappa di ferro avvolgente (la stazione ora solo tua) fredda di azzurri invernali compone reticoli di presenze future. E io ancora non lo so.

Avresti potuto dire: “Parto. Vieni, io parto. Vieni. Perchè ti amo”. Invece hai spezzato il mondo.

Scelgo il tavolino di un bar qualunque. Mi siedo ad aspettare forse una resa. A ciò che non è più. Al quel nuovo viaggio davanti a me. A quello già fatto, dietro di me.

L’odore del tempo è racchiuso qui, tra il correre di gente che non sa e lacrime e adii e incontri e segreti e infinite felicità nuove, cercate, rubate, strappate. Lanciate alla Luna.

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