L’albero di ulivo

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Ugo Rondinone, Out of reach until it’s magic.

L’afferrò per un braccio, attirandola a sé. Lentamente.
Da quanto tempo era lì?
Ogni cosa intorno a lei sembrava scorrere pressato nello spazio sottovuoto dei pensieri. Nell’intercapedine sottile del tempo. Senza alcun suono. Come un film muto proiettato su di un muro trasparente. Osservi le linee delle figure, segui i movimenti, leggi le parole. E guardi, oltre. C’è qualcosa. Tu non vorresti. Ma c’è qualcosa.

Oltre.

Marie non riusciva a non sovrapporre il riflesso del cielo alle linee dell’abito oltre la vetrina. Un magma ceruleo vivo e pulsante, un grumo di bianchi sottili, strappi azzurrati di cieli scomposti. E lei, oltre la superficie vitrea, riflesso afono di se stessa. Un albero con il tronco di gesso e le foglie in filigrana dorata smosse dal soffio vivo della terra.

Era una giornata fredda e pungente. La lana spessa e compatta del suo maglione blu la faceva sentire sempre un po’goffa. Un abbraccio silenzioso che non chiedeva nulla.Il suo maglione blu.
Con gesto veloce, Marie appiattì la borsa sul fianco facendola aderire più a sé. La sera prima aveva saltato la lezione di nuoto. Quella del giovedì. Di solito non mancava mai. Voleva essere più riposata per l’appuntamento. E invece. A Paola aveva raccontato di essere in ritardo. Non sarebbe riuscita ad arrivare in tempo. Tanto valeva stare a casa. “Cara, non preoccuparti. Ci sentiamo domani con calma. Magari ci vediamo a pranzo dalla Chiara”.
Si erano conosciute in un piccolo ristorante scovato per caso in un silenzioso e anonimo vicolo del centro storico, poco lontano da casa. Marie era entrata attirata da certe fastidiose lucine al neon che sputavano sottili fasci di luce disegnando nervosamente una scritta polverosa: “Da Chiara”.
Paola. Prima arrivavano i suoi occhi. Ti sceglieva con l’azzurro di piccoli punti color dell’acqua marina strizzati tra le pieghe di rughe sottilissime che nascenavano all’accenno di un sorriso. Segnava confini immaginari con i suoi modi gentili, benevolmente morbidi.

Era più grande di Marie di una decina d’anni. I suoi saggi consigli da sorella maggiore arrivano come schizzi freddi di un fiume in piena, guardandoti negli occhi con determinata convinzione. Solo quando si parlava di uomini le labbra si piegavano in una smorfia ironica e vagamente dolorosa. Impertinente e dolorosa. Allora le sue certezze fluttuavano nel vuoto di una storia passata.

La sua vita. Uno schermo pulito e perfetto. Come quella vetrina. Nell’angolo, ben nascoste, piccole incrinature, sottili imperfezioni.

“Ma lo sai che sei in ritardo?”
“Non avrai cambiato idea spero”. Gerardo le afferrò il braccio e tirandola a sé la allontanò, con gesto veloce, da quelle figure fluttuanti che Marie già amava. Erano ancora lì. Stampe in movimento. Le avrebbe portate con sé. Indossate. Invece del suo maglione blu.
Note di musica jazz. E calpestio. E parole. E note di musica jazz.
L’aria le sembrava sempre più fredda adesso. Anche se un raggio di sole lambiva quasi di nascosto un pezzo dell’abito che tanto le piaceva. Dietro quella vetrina.
Si girò di scatto.
Le figure non c’erano più.

No. Non aveva cambiato idea.
Ora il ritmo della sua camminata seguiva, forzatamente, quello veloce e ansioso di Gerardo. Lui le stringeva la mano. Come sempre quando camminavano uno accanto all’altra. Un gesto forse infantile. Ma le piaceva.
Il posto dell’appuntamento era poco lontano. Conosceva quel locale. Pensò all’ultima volta che era stata lì. Insieme a Gerardo. Lui aveva staccato dal lavoro per pranzare insieme. Pensava che avesse bisogno di compagnia, non voleva lasciarla troppo sola.
Non avrebbe voluto lasciarla mai. Diceva lui.
Sottili raggi di luce, sfacciati e violenti si aprivano un varco tra le nuvole ancora grigie del solito mattino milanese. Piatto e frenetico. Il sole si stendeva limpido sul cemento. Il primo giorno senza pioggia.
“Pensavo che avresti cambiato idea. Anzi, ero quasi sicuro”. Gerardo si fermò per attraversare la strada e ora la guardava negli occhi. La sua mano, piccola e magra, la disturbava. Forse perché in quel corpo solido e pesante, scolpito dall’esercizio fisico, sembrava stonasse. Non amava le sue imperfezioni. Avrebbe dovuto. Forse.

La pelle di Gerardo era chiara. E questo te l’aspettavi. Riflesso carnale dei suoi capelli rossicci e bruniti.
Ora stringeva ancora più forte la mano di Marie. Almeno così le sembrò. O era un brivido di freddo?
“Non è la fine del mondo. Sarà provvisorio, vedrai. E poi ti tratteranno bene. Mimmo è un amico”.
Non voleva deludere Gerardo. Ne avevano parlato a lungo la sera prima.
Sei ampie vetrate abbracciavano metà del piano terra di una palazzina anni ’70 solida e ben tenuta. Le insegne di un rosso sfacciato stridevano con il grigio fumoso delle mura.
“No, no, vado da sola”. La sua voce era sottile, ferma. Erano lì, i contorni sfuggenti del suo viso. Riflessi verdastri rigettati chissà da quale mondo sull’ampia vetrata della porta d’ingresso.
Quel giorno non indossava il suo maglione blu.
“Ci vediamo dopo. Vado a prendere un caffè. In bocca al lupo amore”. Gerardo. Lasciandole la mano. E lei. Lei. Quasi una bambina.
Si erano conosciuti solo tre mesi prima. A settembre. In una di quelle sere che profumano ancora d’estate. In cui la notte si attarda ad arrivare allungandosi in morbidi tramonti brillanti e intensi. Quasi non te ne accorgi. Uno scoppio di rossi tremolanti irrompono in fondo alla strada. E lo vedi. Un brandello di orizzonte strozzato dai grigi fumosi del cemento.

Il locale era ancora chiuso. Attraverso le vetrate Marie vide un paio di ragazzi in T-shirt bianca spostare dei tavoli. Si muovevano veloci. Spinse decisa la pesante maniglia a forma di arco. La luce sfilacciata del mattino penetrò improvvisa. A sinistra dell’ingresso, un bancone ricoperto da bicchieri lucidi e perfetti divideva lo spazio dell’ampio salone. Le sedie erano ancora sui tavoli e una ragazza bionda dal viso appuntito era intenta a piegare dei tovaglioli. Un gruppo di ragazzi vicino alla cassa, in fondo alla sala, la stava fissando. Uno di loro le venne incontro a passo deciso. Era alto e scuro di pelle.

Mimmo? No, non è ancora arrivato. Intanto nell’attesa, puoi sederti lì se vuoi. Le indica uno sgabello di pelle rossa accanto a un pesante tavolo in legno. Nel mezzo, proprio al centro, si contorce sbucando prepotente da una terra invisibile il tronco di un albero. Magro e stanco, con piccole foglie che pendono dai rami sottili. Incerte nel loro verde spento, quasi timido. Un albero di ulivo.

Era il giorno del compleanno di Sara. Marie, ora, sedeva su quello stesso sgabello dal quale pendevano le gambe magrissime e candide di una bambina bionda di cinque anni. Aprile.
Anouk voleva organizzare una festa speciale per sua figlia. Venivano dall’Olanda, Anouk e Steven. Si erano sposati a Fiesole. In una piccola chiesetta con pochi amici arrivati per loro da Amsterdam. Le foto della cerimonia erano in bella vista, nelle loro cornici d’argento, su un tavolino nell’ingresso. Marie le ricordava tutte. Una in particolare. Lei, alta e snella, indossava un abito essenziale, quasi monacale, i capelli lisci raccolti con un nastro di raso bianco. Un piccolo grazioso rigonfiamento tirava leggermente l’abito su per i fianchi. Lo scatto aveva fermato un gesto di lei. Sacro e perfetto. La mano di lui. L’anello d’oro.
Aprile. Sara. L’albero di ulivo. Ecco, doveva essere tutto come quel giorno. La luce imbeveva lo spazio. Senza pudore. Marie sorrideva. Come doveva sorridere. Come ci aspettava che sorridesse. Lei, seduta su uno sgabello in pelle rossa, una mattina d’inverno, nella sala falsamente silenziosa di un ristorante. Accanto ad un albero di ulivo.

Le piccole foglie verdi s’impuntavano sui suoi capelli ricci.
Il sole non c’era più.
No. Non era la prima volta.
Certo, era passato un po’ di tempo.
Una decina d’anni forse.
Ai tempi dell’Università. A Firenze.
Ma aveva fatto tanto altro in quegli anni. Si era sempre data da fare.
E ora… aveva bisogno di questo lavoro.
Sì. Lui conosceva Gerardo. E non c’erano problemi.
Vieni domani mattina alle 10.
Felice.
Doveva essere felice. Vieni domani mattina. Era fatta.
Mimmo sbalzò dallo sgabello di pelle rossa e dopo una stretta di mano veloce e decisa si affrettò verso la cassa, dall’altro lato della sala. Camminava mangiando lo spazio con grandi falcate. Era magro, alto e i suoi occhi piccoli e velocissimi ti sparavano domande a raffica negli occhi. Senza parole. In silenzio. Affondavano nella testa, negli occhi, su per la gola, sotto la pelle.

Ma in fondo, no. Lì non arrivava nessuno.
Marie lo lasciò fare. Andava bene così. Per ora.
Le pareti attorno a lei erano rivestite di legno chiaro. Un’illusione di natura nello spazio innaturale di un tempo che sentiva sovapporsi. Di continuo. Quello che era stato. Quello che era adesso. Nessun confine. Solo le pareti rivestite di legno chiaro. E uno stanco albero di ulivo.

Perchè soffocare la bellezza?.
Prima, nell’attesa, sezionava con la punta delle dita il tronco ruvido e tiepido dell’albero. Forse per scoprirne un punto debole, uno squarcio, un buco, una ferita inferta alla sua pelle rugosa e secca. Tagliata dal tempo.

Solo il tempo aveva il potere di svelare.La nascita, la morte, l’inizio, la fine. L’attesa. Erano ancora lì. Nei suoi ricordi di bambina. Quelle pareti rivestite in legno.
Aveva cinque o sei anni. Scriveva china su un quaderno a piccoli quadretti. La nonna, accanto a lei. E il suo sogno. Dentro di lei. Ma ora era lì. Su quello sgabello rosso. Davanti a un vecchio albero d’ulivo.

Lo stipendio da aiuto cameriera è di circa 900 euro.
Mimmo la fissò. Aspettava una risposta.
Lei sorrideva.

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